Era l’obiettivo che voleva raggiungere da più di un anno, lo diceva da dietro gli occhiali spessi. E le frasi non erano pronunciate secche e pretenziose, ma articolate in un discorso dal tono filosofico, affascinante: “Noi vorremmo essere considerati nelle decisioni che riguardano la governance delle nanotecnologie”. Noi, società civile. Noi, capo scientifico di Greenpeace UK, Mr Doug Parr. Era settembre 2007 e la moratoria contro il rilascio libero delle nanoparticelle ingegnerizzate era stata già lanciata in messaggi sul web. I curiosi, i politici e gli ambientalisti inglesi sapevano. Ma perché Mr. Parr? Qual è l’obiettivo? -bastava chiedere e lui rispondeva- “Vorremmo ottenere un’estensione di REACH”.
Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals (REACH): regolamentazione europea per l’individuazione e il controllo di sostanze chimiche dannose per l’uomo e l’ambiente. I materiali costruiti pezzo per pezzo con tecniche nanometriche non erano considerati, eppure il dubbio sulla loro tossicità c’era. La scienza nel 2004 aveva dichiarato l’esistenza di una nuova disciplina: la nano-tossicologia, poiché a dimensioni così piccole le proprietà chimiche della materia sono differenti e bisognava rivedere i parametri. Ristabilire con attenzione gli standard di valutazione della sicurezza. Identificare tra la grande varietà di nano-forme quelle pericolose. Senza leggerezza né negli allarmismi né nelle rassicurazioni.
E’ da un po’ che sul sito di Greenpeace UK le richieste di moratoria sono scomparse. Mr. Parr è stato ascoltato e la società civile anche. La Commissione Europea li ha coinvolti nelle consultazioni decisionali. Qualche giorno fa, il 17 giugno 2008, Brussels ha emesso una comunicazione sugli aspetti di regolamentazione dei nanoprodotti (COM(2008) 366 final) nella quale si legge: “La Commissione monitorerà con attenzione l’implementazione di REACH rispetto ai nanomateriali”. Intanto le nano-forme di sostanze considerate già tossiche in macro-forme dovranno essere catalogate negli elenchi di REACH.
Pare che l’Europa voglia affermarsi come democrazia del nanotech. Ce la farà?
Forse qualcuno di noi lo aveva conosciuto, Riccardo.
Io lo conoscevo poco. Ma la cosa che mi viene in mente oggi quando penso a lui è il suo modo un po’ buffo di ridere. E ovviamente il suo impegno per una informazione precisa, puntuale e continua sull’Aids. Senza esitare a mettersi in gioco personalmente se gli sembrava necessario, anche una volta in una intervista per noi alla radio. 
Riccardo è morto improvvisamente l’estate scorsa, a soli 39 anni. Lasciando nello sconforto le molte persone che gli volevano bene. Una di queste, Giulio Maria Corbelli, ha passato molti mesi per mettere in piedi qualcosa di cui lui potesse essere fiero. Un premio a suo nome per regalare a quattro bravi giovani giornalisti impegnati a promuovere la conoscenza degli aspetti scientifici e sociali della malattia la somma di 3000 euro ciascuno.
Il premio, promosso dalle principali associazioni italiane impegnate nella lotta all’Hiv e all’Aids con il sostegno di Pfizer Italia, è riservato agli under 35 e verrà assegnato ai migliori servizi giornalistici sul tema Hiv/Aids pubblicati nel periodo compreso tra il 1° novembre 2007 ed il 31 ottobre 2008 in ognuna delle quattro categorie prese in esame: agenzie e quotidiani, periodici, radiotelevisione, web. Il premio verrà assegnato da una giuria composta da giornalisti esperti entro la fine del 2008.
Il bando e tutte le informazioni si trovano sul sito del premio.
In rete circola un appello a sostegno dei comitati di base di Chiaiano. È un appello di solidarietà alle persone che abitano nella zona delle cave, che animano i presidi e partecipano alle manifestazioni contro la discarica; è anche la richiesta ai giornalisti di un racconto dei fatti il più possibile oggettivo, approfondito e non pregiudiziale. Qui sotto trovate il testo. Chi volesse aderire può farlo mandando una mail a antoniobasura@gmail.com 
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Sono trascorsi alcuni giorni dalle cariche di polizia, dalla tregua stipulata con il sottosegretario Bertolaso e dall’entrata dei tecnici nelle cave per verificarne l’idoneità a ospitare una discarica da 700mila tonnellate. Nell’attesa, gli abitanti di Chiaiano, Marano e Mugnano continuano a presidiare pacificamente i luoghi della contesa. Nei capannelli che si formano tra i gazebo all’ingresso delle cave, le persone ripercorrono a mente fredda gli ultimi avvenimenti, analizzando il resoconto fatto dai media degli eventi di cui sono state protagoniste. E in quei racconti, nessuno si riconosce.
Nei giorni di fuoco della protesta i cronisti di radio, giornali e televisioni hanno descritto chi si opponeva alla discarica come una folla di strani e sconsiderati personaggi, inventando storie di armi, droga e camorra per screditare i più giovani e attivi; insinuando come gli uomini sacrificassero senza scrupoli madri, mogli e figli sulla prima linea delle barricate; diffondendo notizie palesemente false come quella delle bombole del gas legate a un petardo, non confermata neanche dalle forze dell’ordine.
Gli editorialisti “democratici” (inutile soffermarsi sugli altri) hanno sostenuto, come fanno ormai puntualmente quando una comunità si oppone alla devastazione del territorio in cui vive, come sia giusto chiedere questo sacrificio alla gente di Chiaiano, quanto sia dolorosa ma inevitabile la decisione di scaricare i rifiuti nelle cave; con le solite acrobazie verbali, hanno giustificato la violenza sui manifestanti con la presenza di infiltrati o lanciatori di pietre, compatendo le persone “perbene” che protestavano come se fossero in balia di imprecisati manovratori o diabolici facinorosi di strada. Leggi il resto »
C’è una cosa che mi ha a dir poco stupito. Si tratta di un articolo di Sylvie Coyaud sul numero di sabato 17 maggio di D di Repubblica. Racconta di un presunto plagio compiuto da Brian Greene, il fisico teorico, autore del best seller scientifico “L’universo elegante” ai danni del Festival della scienza di Genova.Il signore delle stringhe, invitato nel 2005 al Festival, avrebbe infatti messo in piedi ora una copia- versione ridotta di 5 giorni a casa sua (New York). Va bene, Greene non sarà stato così elegante come il suo universo, ma in questo articolo ci sono un paio di cosucce che non mi tornano.
La prima è che si consiglia, da amica, agli organizzatori genovesi di far valere i propri diritti di copyright come se il format “festival della scienza” o “settimana della scienza” o “giornate della scienza” possa mai appartenere a qualcuno. Siamo tutti d’accordo che chi organizza questi eventi fa un mestiere come tutti gli altri, ma far valere la proprietà sull’idea di comunicare la scienza al pubblico mi sembra come richiedere il brevetto per aver identificato un gene umano. Secondo, ammesso e non concesso che la proprietà esista, di certo non spetta a Genova, visto che di festival simili ne esistevano a bizzeffe in tutto il mondo, ben prima che arrivassero (con il solito ritardo) in Italia. Un esempio per tutti: Edimburgo che quest’anno ha compiuto vent’anni di onorata carriera. E poi. Vogliamo dircela tutta? Genova non è stato il primo festival della scienza in Italia. Bolzano e Bergamo (di qualche mese) sono arrivate prima e hanno pensato bene di non far valere nessun diritto di scoperta dell’acqua calda.

Qualche giorno fa un amico (Gabriele, che ringrazio) mi ha segnalato quello che aveva tutta l’aria di essere l’ennesimo esempio di complottismo.
Un servizio andato in onda su Rainews 24 a firma del bravo giornalista Maurizio Torrealta ha riaperto il dibattito. Il tema è la cosiddetta fusione fredda, il santo graal dei fisici nucleari, che a causa del clamoroso insuccesso di Fleischmann e Pons di dieci anni fa oggi non gode di ottima stampa. A quanto pare soprattutto fra i fisici.
Il servizio, come ormai d’uopo, si trova su youtube diviso in due parti: la prima e la seconda.
A quanto pare, un gruppo di ricercatori dell’Enea, su incarico dello stesso ente e con l’appoggio nientepopodimenoche del suo allora presidente, l’illustre e contestatissimo Carlo Rubbia, avrebbe dimostrato, risultati alla mano che in effetti un po’ di energia viene davvero prodotta. In sostanza, la rivoluzione energetica sarebbe a portata di mano.
Peccato però che appena conclusa la ricerca, sembra non interessare più nessuno. Rubbia per primo. E che addirittura quando il ministero delle attività produttive decide - per incredibile inizativa di un suo funzionario - di finanziare un supplemento di ricerca, l’Enea pensa bene di affidarla a un altro gruppo di ricercatori, che non avevano lavorato con i ricercatori che avevano trovato i primi risultati.
Che succede? Possibile che una ricerca tanto dirompente possa davvero essere stata affossata? Che gli interessi degli attuali detentori del monopolio energetico siano tanto forti - così sostengono i ricercatori “delegittimati” - da avere la forza di censurare una gruppo di ricerca “scomodo”?
Personalmente faccio fatica a crederlo. Ma la ricerca sulla fusione fredda è ancora molto attiva nel mondo, nonostante tutto. E il Sole 24 Ore ne sta parlando molto in questi giorni: qui, qui e qui.
Il dubbio a me rimane: era una cattiva ricerca quella dell’Enea? O è stata censurata? Ma se i risultati davvero c’erano, perché il lavoro dei ricercatori è rimasto solo in un rapporto interno e non è stato pubblicato?
Chi ne sa qualcosa di più mi aiuti a capire.
Negli ultimi mesi la Nestlè ha inviato alle agenzie di stampa un documento intitolato Water Management Report nel quale l’azienda riassume gli sforzi e gli aggiornamenti tecnologici che ha adottato per diminuire gli sprechi di acqua nella fase produttiva. Così come per il consumo domestico, il rincaro dell’acqua forse comincia a diventare sensibile anche per questo colosso dell’agroalimentare.
Ma la sensibilità che più interessa agli uffici comunicazione di importanti firme industriali è la crescente attenzione del pubblico per le preccupazioni legate all’impatto ambientale dei nostri stili di vita. Per questo motivo esiste una rincorsa a soddisfare questa sorta di “coscienza” ambientalista da parte del marketing. Greenwashing Index è un sito che critica questa tendenza e permette al pubblico di votare la pubblicità giudicata più ipocrita in questo senso. Per tornare a noi, solo in Italia più volte l’Antitrust ha inflitto multe a importanti etichette di minerale per pubblicità ingannevole.
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Era il 14 luglio 1938 quando dieci scienziati italiani stilarono e pubblicarono il Manifesto della Razza. ” È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti” dichiaravano nei dieci punti programmatici, assimilando lo stato psicologico, culturale e fisico degli italiani “da generazioni” a una determinazione di tipo biologico (la razza). Una determinazione che affermata a livello politico avrebbe garantito un’idea di purezza del sé e favorito la percezione di un ordine sociale inviolabile, quando ogni alterità avrebbe trovato la giusta locazione: i rom, gli africani, gli ebrei fuori dal paese, e se capitavano nei campi di sterminio nazisti tanto meglio.
L’importante era separare, era distinguere, era creare barriere fra il noi e il voi, era trovare il modo di sentirsi sicuri in una gestione del potere capace di discernere e definire il bene e il male. Non importava quanta verità ci fosse nell’idea di “razza”, essa soddisfava il bisogno di certezza all’interno di una realtà mutevole e eterogenea. Il risorgimento aveva svincolato l’Italia da un potere esterno e dato lo Stato a cittadini che avrebbero dovuto decidere per loro stessi: libertà, desideravano solo questo. Senza sapere che la libertà di sé, pagava lo scotto dell’ansia per sé, della paura per l’incertezza di un futuro che sarebbe stato sicuramente diverso dal presente. Diverso ma come?
“Fuga dalla libertà” la definì Erich Fromm quella necessità di volere riordinare il nuovo mondo in schemi rigidi, razzisti, comodi da gestire. E fuga dalla libertà è quella che si sta verificando anche oggi, nel 2008, settanta anni dopo, nella politica interna del nostro paese. I romeni, gli zingari, le prostitute, i transessuali, i clandestini: ecco lo schema che stiamo tracciando. Ecco le vite a cui faremo pagare il nostro senso di inadeguatezza. Ecco le vittime del nostro desiderio di libertà.
La razza biologica non esiste, ma il razzismo sì. E io come anfibio non posso che provarne sdegno.
Mi è casualmente capitato di leggere i titoletti di una newsletter di Humanitas Salute, cui sono iscritta ma che raramente, non so perché, apro. Tra tutti gli interventi mi ha incuriosito l’intervista fatta a Luciano Onder, direttore di tg2 Salute, sulle qualità del buon comunicatore, i gusti del pubblico Tv, Internet e l’effetto cronaca in medicina. Argomento particolarmente interessante per noi anfibi e ancor di più per chi di noi lavora nell’ambito comunicazione della salute e della medicina.
Vi inviterei a leggere l’intervista e a porre particolare attenzione alla risposta fornita sulla comunicazione scientifica via internet. Secondo Onder internet non ha trasformato le abitudini degli utenti alla ricerca di informazioni medico-scientifiche perché ancora strumento alla portata di pochi, sebbene con grosse potenzialità.
A supporto della visione di Onder vi è una risposta analoga data da Daniela Minerva, caposervizio delle pagine di Scienza e Medicina dell’Espresso, in un’altra intervista rilasciata sempre a Humanitas Salute, nella quale alla domanda “che contributo può dare internet alla comunicazione scientifica?” risponde così: “poco o nulla per il grande pubblico”, affermando che invece la rivoluzione l’ha portata eccome, ma solo per gli operatori della comunicazione della scienza.
Nella mia esperienza personale (lavoro all’ufficio comunicazione del Centro Nazionale Trapianti, ISS) la maggior parte delle informazioni che le persone ci riferiscono aver trovato provengono dal calderone internet (senza entrare nel merito della qualità dell’informazione, della validità delle fonti ecc.) e mai da altri canali quali riviste, tv o radio. Ora, io non ho mai condotto ricerche serie sulla reale fruizione delle informazioni medico-scientifiche da parte degli utenti italiani (o anche stranieri perché no), ma mi risulta davvero difficile credere che ancor oggi internet sia uno strumento di pochi, non fosse altro per la enorme quantità di forum su temi di medicina che esistono e nascono ogni giorno, che consentono alle persone di mettere in comune le proprie esperienze e i propri saperi. Questa modalità di condivisione delle informazioni mediche sta a testimoniare, credo, l’utilità ed efficacia dello strumento internet, e quindi come è possibile che non costituisca anche il mezzo principe per l’acquisizione delle stesse informazioni?
Se vai dal medico e insisti un po’ è probabile che alla fine ti prescriva il farmaco che vuoi. Per dormire meglio la notte, per l’emicrania ballerina o per quella rinite che ti sei convinto di avere. Conosci quei prodotti da tempo e sei certo che non ti faranno male, altrimenti il dottore non te li segnerebbe neppure. Peccato che i medici non sempre conoscano bene l’efficacia e la sicurezza dei prodotti farmaceutici. Troppo influenzati dall’attività promozionale degli informatori, affezionati visitatori degli studi medici, ma poco avvezzi a divulgare le note negative dei medicinali promossi. Non è un ipotesi maligna. A conferamare il trend ci sono ben 4 studi internazionali su 7.
E se big pharma potesse informare direttamente i cittadini sulle virtù terapeutiche dei medicinali con l’obbligo della ricetta medica? Forse le pressioni al dottore per avere quella medicina tanto reclamizzata aumenterebbero a vista d’occhio. E come. Succede già in Usa e in Nuova Zelanda, dove la pubblicità dei medicinali è libera. Potrebbe diventare realtà in Europa. C’è infatti una proposta formale della Commissione europea, che chiede l’approvazione di una legge che permetta alle case farmaceutiche di informare direttamente i cittadini sui farmaci da prescrizione. E il Parlamento europeo dovrà dire sì o no, in autunno.
Un diritto per il cittadino, che vuole conoscere le novità farmceutiche direttamente dalla fonte, dice l’industria. Troppo rischioso per la salute dei cittadini, sostengono le riviste sui farmaci aderenti a Isdb (la società internazionale dei bollettini indipendenti sui farmaci). E per fare chiarazza hanno organizzato un forum sul tema “farmaci e informazione”, a Verona, il 9 maggio. Un primo passo verso un confronto con medici, farmacisti e rappresentanti dell’industria.
Per approfondire www.dialogosuifarmaci.it
E’ uscito proprio nella giornata delle mimose Vogliamo anche le rose, il nuovo documentario di Alina Marazzi che ha già riscosso il favore di pubblico e critica dell’ultima edizione del Festival di Locarno.
Mai il momento poteva essere migliore, almeno per il distribuitore Mikado: l’occasione della Festa delle donne; la ridiscussione della Legge 194 che scalda la campagna elettorale e le omelie; l’anniversario del ’68, periodo recentemente ritenuto “nefasto” dal cardinale Bertone.
Vogliamo anche le rose è un lungometraggio che ridiscute tutti questi temi grazie ad un accurata e preziosa ricerca di materiale d’archivo – fotografico, audiovisivo e grafico. In parallelo, la narrazione si snoda a partire dai diari privati di tre donne che restituiscono una realtà sociale più complessa e affascinante di quella in discussione in questi giorni.
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Il matematico economista Amartya Sen rifletterà su come sfruttare meglio il progresso e la globalizzazione scientifica. I due matematici premi Nobel per l’economia, John Nash (in foto) e Robert Aumann, dialogheranno in pubblico; Sheldon Glashow, presentato da Luciano Maiani, racconterà la sua avventura con “le piccole matrici”; Freeman Dyson, presentato da Tullio Regge, paragonerà i matematici agli uccelli che puntano agli orizzonti più lontani e alle rane, che vivono nel dettaglio degli “stagni” matematici; Altri nomi grossi, spesso intervistati dalla squadra di Radiotre Scienza, giochi, enigmi, letture, mostre interattive alla seconda edizione del Festival della Matematica a Roma, coordinato da Piergiorgio Odifreddi.
Lo scorso anno è stato un vero successo, le persone arrivavano quasi alle mani per un posto… Era difficile seguire due conferenze perché se ne vedevi una non potevi fare la fila per quella dopo. C’era però un maxischermo esterno per chi non trovava posto nelle sale.
Da non perdere la mostra su Maurits C. Escher, presente fino a maggio, con opere originali. C’è anche, tra gli eventi serali, un film-documentario sull’opera di Escher.
Dal 13 al 16 marzo, Auditorium Parco della Musica, Roma.
Nel panorama degli strumenti (o se volete degli ambienti) capaci di animare la comunicazione scientifica, quello dei Blog è un settore in continua espansione. In piena epoca Web 2.0 (quella dei servizi di condivisione del sapere aperti, gratuiti e auto-organizzati) il cosiddetto scienceblogging acquista dignità e credibilità. Alla faccia dei seminatori di terrorismo multi-mediatico (esemplare in questo senso la trasmissione Porta a Porta del 21 febbraio 2008) che vedono in wikipedia, youtube e google (per non parlare dei blog…) potenti armi di distrazione di massa, forse senza aver mai provato a capire esattamente come funzionano. Una realtà in crescita - anche anfibi.org nuota in queste acque! - di cui si parlerà anche a FEST 2008.
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